La storia della scrittura
La scrittura nasce in tempi antichi quando gli esseri umani avvertirono il bisogno di far durare nel tempo, le loro parole.
Intorno al 4.000 anni a. C., le prime scritture ideografiche venivano incise su tavolette di argilla ma i segni scritti non indicavano il suono di ciascuna parola, bensì l’idea e il significato. Quindi ogni parola aveva il suo ideogramma. Imparare, ricordare ed usare migliaia di ideogrammi non era semplice. Per questo leggere e scrivere era un’arte riservata a pochi: scrivani, copisti e sacerdoti.
Verso la fine del secondo millennio a.C. tra l’Egitto e Israele, dalle scritture geroglifiche vennero ricavate le prime lettere (segni di un futuro alfabeto), con funzione di individuare un suono e di distinguerlo da altri. Così nacque il sistema alfabetico che per caratteristica ha il riconoscimento di singoli suoni, associati a dei segni che, ordinati in successione fra loro, danno vita ad un’infinità di parole. Questo rappresentò una vera e propria rivoluzione culturale; infatti, da allora leggere e scrivere diventa una abilità per commercianti, artigiani, agricoltori e non solo per sacerdoti e scribi e si espande gradualmente in tutto il Mediterraneo, in Asia e in Europa.

Cosa significa scrivere?
L’alfabetizzazione non si esaurisce nella trascrizione di segni visivi. Nel processo intervengono numerose abilità che riconfigurano la scrittura come processo eminentemente cognitivo e, solo parzialmente, come complessa abilità motoria. Scrivere implica mettere in funzione quei saperi che consentono di affidarsi all’astrazione, all’analisi, all’elaborazione concettuale che insieme dominano lo sviluppo culturale. Il linguaggio scritto dovrebbe sviluppare capacità espressive e formali svincolate dal contesto e favorire l’acquisizione di schemi cognitivi per l’organizzazione del pensiero più razionali e pianificati, di quelli attivati dall’urgenza della comunicazione verbale. Questo comporta il perfezionamento della capacità di pensare in termini di possibilità e non solo di realtà.
Lo sviluppo intellettivo del bambino
Secondo Piaget (1968) lo sviluppo intellettivo del bambino/a avviene attraverso forme di azioni senso-motorie che evolvono in forme mentali più evolute seguendo una nota sequenza: “stadio del pensiero senso-motorio” (0-2 anni). Alla nascita e durante i primi giorni di vita, l’attività mentale si manifesta in semplici riflessi ed in elementari e distinte integrazioni senso-motorie. In poco tempo, queste attività vengono coordinate dando luogo a sistemi più complessi che sostengono un comportamento più ricco e adattato. Per esempio, il bambino inizia ad afferrare e manipolare ciò che vede e la coordinazione tatto-vista, assieme alle altre coordinazioni di schemi percettivi e motori, genera nuove strutture cognitive.
Verso i 12-18 mesi il bambino applica alla realtà gli schemi di comportamento che preludono alla coordinazione tra il mezzo e il fine. Inizialmente conserva la rigidità propria dell’abitudine perché il fine è raggiunto casualmente, procedendo per tentativi.
Tra i 18-24 mesi compaiono delle condotte che presentano le caratteristiche del comportamento intelligente. Vediamo che il bambino è in grado di rappresentarsi un fine e scegliere o inventare i procedimenti adeguati al suo raggiungimento; assistiamo alla nascita delle prime invarianti: le nozioni pratiche di “spazio, oggetto, movimento, tempo e casualità”.
Durante il “periodo del pensiero preoperatorio” (2-7 anni), il bambino sviluppa l’intelligenza rappresentativo-simbolica.

La capacità di trovare a un oggetto scomparso dietro ad un ostacolo, significa che egli ne prolunga la presenza nella mente, oltre la percezione immediata e che si rappresenta i luoghi che esso può occupare. Allo stesso modo la coordinazione tra mezzi e fini comporta un’anticipazione nel pensiero, delle conseguenze dell’azione. L‘attività rappresentativo simbolica e con essa il linguaggio, l’imitazione differita e il gioco simbolico costituiscono l’evento principale che contraddistingue l’inizio dello stadio pre-concettuale e intuitivo. I preconcetti (dice Piaget) sono delle nozioni che il bambino collega ai primi segni verbali, essi conservano ancora molto dello schema senso-motorio che si riferisce a cose singole, ma è anche in grado di evocare una pluralità di oggetti in base a degli elementi privilegiati tali da memorizzare come esemplari di una collezione; per esempio riconosce che un’ape è un animale, ma ritiene che un calabrone potrebbe non essere un animale perché è diverso.
Il momento giusto per iniziare a scrivere
Per giungere alla scrittura vera e propria, il percorso evolutivo è lungo almeno sei anni, periodo nel quale il bambino costruisce, passo dopo passo, tutte le nozioni che gli permetteranno di passare dal preconcetto, al simbolismo ed in fine al segno legato al suono. In questi passaggi va considerato il gioco simbolico come transizione evolutiva, attraverso il quale il bambino apprende a separare spontaneamente il significato dall’oggetto o dalla situazione che lo denota. È nel gioco simbolico che i gesti hanno funzione di significazione e gli oggetti assumono valore di notazione simbolica sostituendo ciò che rappresentano, anticipando così la funzione del segno. Una nota importante dell’attività simbolica è il disegno, inizialmente i segni si riferiscono direttamente a situazioni e oggetti. In un secondo momento i segni nel disegno rappresentano una memoria, un ricordo di fatti e/o di parole. A seguire il bambino scopre che si possono disegnare non solo le cose, ma anche le parole. Ecco allora che i segni scritti rappresentano simboli delle parole dette.

Secondo Vygotskij, gesto, gioco della finzione, disegno e scrittura delineano momenti diversi di un processo unificato di sviluppo che definisce come preistoria della lingua scritta, a cui va posta attenzione fin dalla scuola dell’infanzia. A tale processo va rivolto l’insegnamento non in termini di semplice attività grafica e motoria, ma culturale.
Redatto da Bernardetta Campagna